Unico o 730?

E io che ne so?
Non me ne sono mica mai occupata. Si, sono anni che lavoro e che presento la dichiarazione dei redditi. Qualche volta ho perfino dei rimborsi consistenti.
Come accada tutto questo lo ignoro.
Poi una primavera succede che il Babbo Commercialista/Sindacalista/Economo/EspertoRisponde/AccanitoLettoredeIlSole24Ore si ammala, passano i mesi e al 22 di giugno ci troviamo a interrogarci sul mio 730.
Che a pensarci bene, io neppure so dove sono, i miei documenti.
Per fortuna il Babbo ha lasciato tutto ben raccolto sopra il pianoforte, prima di farsi ricoverare. Quantomeno sara’ semplice recuperare il plico e consegnarlo a un commercialista che avra’ pieta’ di me e della mia ignoranza.

Che cavolo, papa’, non ti pare il caso di guarire velocemente e togliermi d’impiccio? :)

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Memminghen (Munich West)

[Abi chiacchera via skype con mamma e papa']

Abi: blablabla
AbiMamma: blaablabla
AbiBabbo: come si chiama l’aeroporto di Monaco di Baviera

Abi: blablabla non lo so, ora guardo blablabla
AbiMamma: blablabla insiste con Monaco!
Abi: blablabla Franz Josef Strauss Airport blablabla
AbiBabbo: che compagnie ci atterrano?
AbiMamma: blablabla insiste che ci va Ryanair ma ho controllato, non c’e’
Abi: blablabla ora guardo, ma ha le fisse?
AbiMamma: blablabla si
Abi: blablabla no, niente ryanair!
AbiBabbo: e che compagnie ci volano? ma ryanair ci va, avevo guardato, controlla
AbiMamma: gianni, ho controllato! non ci va. si e’ fissato…
Abi: blablabla
AbiMamma: blablabla
AbiBabbo: ci atterra, avevo guardato, ricontrolla
[Abi nel frattempo, nel dubbio, ricontrolla]

silenzio

Abi: Mamma. Non so come dirtelo. Ha ragione lui. (Memminghen Munich West, il solito aeroporto fuoriporta di ryanair..)

Insomma, neppure in piena riabilitazione, confuso per i problemi postoperatori, riesce ad avere torto. Mannaggia.

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Sunny

La vita e’ bella anche quando si e’ sommersi dai liquami.

[come si puo' dedurre, la Vale ha finalmente trascorso qualche ora al mare]

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Quanto odio.

Non so neppure raccontare quanto odio io stia maturando nei confronti di tutto quello che mi sta trattenendo.

Se ne parlassi crollerebbe tutto, si frantumerebbe il presente costruito sulla sabbia, senza fondamenta, senza paracadute.

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DayByDay

Non e’ che non stia accadendo nulla.
E’ che non ho voglia di parlarne.

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Come il primo giorno.

Mio padre, ricoverato e non molto presente a se stesso, ieri sera si e’ rifiutato di cenare.

Ha detto all’infermiera che voleva mangiare con sua moglie.

Quando e’ arrivata mia mamma e ne hanno parlato e’ stato molto chiaro.
Voleva cenare con lei “perche’ loro non sanno cosa vuol dire stare insieme ed essere felici“.

Una simile dichiarazione d’amore, dopo quarantacinque anni di vita assieme, nonostante la confusione provocata dai farmaci. La sua costante e’ mia mamma.

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La gravita’.

Una volta una persona saggia mi disse che Dio ci manda pesi che le nostre spalle possono sopportare, non di piu’.

spalle.jpg

Non so mica se sia vero.

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Quando

Diventiamo adulti quando perdoniamo ai nostri genitori il loro non essere perfetti.
Poi non c’e’ piu’ ribellione, solo condivisione.

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Definitivo /2

Mentre sei seduta sulla poltrona e vedi Stefano che comincia a disegnare col pennarello quello che sara’ il tuo nuovo tatuaggio, visualizzi per la prima volta l’irrevocabilita’ del gesto.

Si, hai gia’ un tatuaggio sulla schiena, ma e’, appunto, sulla schiena. Lo vedi solo quando ti spogli, quando sei al  mare, quando te lo fanno notare. Per il resto del tempo non esiste.

E’ cosi’, non lo vedi *quindi* non esiste.

Questo, invece, sara’ sul polso e lo vedrai per sempre. Per. Sempre. Ogni giorno della tua vita, ogni momento di luce, ogni momento in cui i tuoi occhi saranno aperti, l’aquila sara’ li’. Oggi che hai quarant’anni, domani che ne avrai cinquanta e anche settantenne, zia anziana dei figli di tuo fratello, con la pelle raggrinzita per l’eta’, le macchie della vecchiaia sulle mani, anche allora il segno sara’ li’, sul polso, a ricordarti questa mattina a Chieti Scalo, questa poltrona e Stefano che col pennarello verde disegna un’aquila sul tuo polso.

In quei venti minuti l’inchiostro penetra nella pelle, la tua carne sanguina un poco e invece del dolore atteso senti solo il pizzicore mentre si avvicina all’ossicino. Per il resto, chiacchere e risate. L’inchiostro e’ li’, gli aghi hanno fatto il loro lavoro. Irrevocabile.

Dopo una settimana stai ancora a guardartelo, a riempirlo di crema, a controllare che vada tutto bene e che *non si perdano le linee*, altrimenti serve un ritocco.

Dopo due settimane lo esponi agli occhi altrui con soddisfazione, e’ bellissimo e ti riguarda, e’ parte di te e riceve consensi. Anche dissensi, ma sai che a te piace e va bene cosi’.

Sono passate tre settimane, solo tre, non mesi, non anni. Solo tre settimane. E gia’ non c’e’ piu’. Credevo l’avrei visto continuamente, invece l’occhio gia’ passa oltre. E’, dopo sole tre settimane, parte integrante di me, non piu’ corpo estraneo incollato sulla mia pelle.

Come potrei pentirmi di una parte di me? Come potro’ in un futuro desiderare di non averlo piu’?  Come potrei volerlo togliere, se gia’ non c’e’ piu’?

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Definitivo

ali.jpg

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